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Sono di nuovo a Casa

 

Spensierata, siedo in sella al mio scooter rosso. Quello di mio nonno. Respiro l’aria fresca con qualche ciuffo di capelli scompigliati sotto il casco. Il sole abbaglia l’ultimo rigagnolo di cielo, ora quasi rosso porpora, fine come la lama di un coltello. Un centinaio di metri e sarei svoltata a sinistra sulla strada che mi avrebbe condotto a casa, in collina. Vedo un auto sopraggiungere dritta su di me: un gran botto, un urlo, una capovolta su me stessa. Mi trovo seduta per terra, sull’asfalto ancora caldo, col casco in testa. Mio Dio! La gamba piegata a 90 gradi. Un dolore atroce, che non so spiegare. Ma che ricordo vivo come allora. Due mesi fa: mercoledi 9, di un luglio infuocato, ore 20. Mi immobilizzano la gamba; ci sono un paio di medici intorno, alcuni di loro capitati per caso. Vogliono mettermi il collare e la flebo, mi rifuto e mi incacchio di brutto. Ci rinunciano. Chiamo al telefono mia madre. L’ambulanza mi porta all’ospedale. Sono inferocita con tutti. Il dolore non mi molla. Lo shock rende deboli o forti, o arroganti. Adagiata sul lettino al pronto soccorso. Mi infilano una flebo. Vogliono tagliarmi i pantaloni (violetti) di lino, io mi rifiuto: li sfilano adagio. Nel corridoio i miei cari si disperano. Io non ho paura. In radiologia, ho ancora la gamba a 90 gradi. Sento meno male, forse; ma forse è lo stato di semi incoscienza in cui mi trovo. Non ragiono a volte. Ma non ho paura. Sento una forza incredibile dentro di me; una forza che non conoscevo. Mi trovo a fare coraggio a chi mi assiste. Mi fanno le radiografie. Aspettano che arrivi il medico, quello di turno che hanno appena chiamato. Arrivano due carabinieri, si scusano ma devono fare il verbale. Rispondo con cortesia. A volte, mi stupisco di me stessa, altre no. Giunge il medico. Vestito sportivo, con la borsetta a tracollo, giovane, capelli lunghi legati e dallo sguardo profondo. Mi raddrizza, a mano, la gamba e mi chiede che faccio nella vita. Non so proprio cosa gli ho risposto. Gli do del tu, senza pensarci. Forse perché mi sembra troppo giovane -quasi uno studente di medicina – per occuparsi di certe cose, gravi, ma m’ispira fiducia all’istante. Invece poi mi accorgo che è tutta un’altra storia. "Naturalmente sei ricoverata", mi dice. Mi trasportano in sala gessi. Ci resto a lungo. Sembra un’officina meccanica. Il giovane chirurgo impugna il trapano. Mi montano la gamba su di un alto sostegno. Due punture ai lati del calcagno che fanno un male tremendo. Non ho paura. Chiudo le orecchie con le mani. Come quando mi facevano le punture di penicillina, da piccola. Tornano i carabinieri a farmi firmare il verbale. Esco che sono fuori di testa. Resto con la gamba in trazione per otto giorni, lunghi come un secolo. Una sofferenza atroce e un grande insegnamento. Mi riempiono di morfina. Il caldo è opprimente. Fuori è piena estate. Lacrime amare rigano a volte, il mio volto, la notte, quando sono sola, e la luna piena mi viene a trovare, incendiando oltre l’oscurità le grandi vetrate semi socchiuse. Ritrovo la fede. Prego, prego. Il 17 (il mio giorno fortunato) mi operano, finalmente. Non sanno se dovrò fare delle trasfusioni. Ho i valori dei globuli rossi dimezzati. Passano ancora altri sette giorni. Ce la faccio: con la mia incrollabile forza di carattere, senza trasfusioni e senza null’altro, e Il 23 (dopo 15 giorni di ricovero) mi dimettono. Torno a casa, stordita, come di ritorno da un lungo viaggio oltre oceano, ma con una gioia nuova nel cuore; con la consapevolezza che qualcuno mi ha salvato, che dovevo ancora restare su questa terra, per fare forse qualcosa di buono. Con la consapevolezza che, quel giovane medico ha salvato la mia gamba, e che gli sarò riconoscente per sempre. Trascorro l’estate tra le quattro mura di casa, distesa sul divano, ascoltando musica, scrivendo e sfogliando decine di libri. So che dopo oggi, sarà l’inizio di una nuova storia. Quasi 50 giorni di gesso, e oggi cammino ancora con una gamba sola e con le stampelle; dovrò farlo ancora. Ma non per sempre. Ricamminerò da sola un giorno. Certe cose tracciano la nostra esistenza, che da li in avanti non sarà più la stessa. So anche che, non tornerei mai indietro, a quella che ero prima di quel giorno, perché oggi grazie a quel giorno, sono una persona diversa. Non so se migliore o peggiore, ma diversa. Solo il tempo lo dirà. Ogni anno il 9 di luglio: riderò, ballerò, stapperò una bottiglia di buon vivo, starò con le persone a me care e amerò la vita proprio come in questo istante. Il sole sta per tramontare. Sul mio scooter rosso, sfreccio spensierata. Svolto a sinistra, poi proseguo su per la strada diritta. Vedo già gli alti platani in collina, frusciare oltre il convento. Uno stormo di uccelli disegna strani ideogrammi neri sul cielo, limpido come cristallo. Parcheggio sul piazzale, suono il clackon; spengo il motore e mi tolgo il casco. Sorrido: che bello sono di nuovo a casa !!

  1. 10 Settembre 2008 a 7:59 | #1

    mi hai fatto rivivere attimi non felicissimi…

    non avevo la gamba a 90° ma ho dovuto ricostruire un legamento alla caviglia.

    e bella non è stata…

    piacevole leggerti. molto.

    :)

  2. mio capitano
    11 Settembre 2008 a 14:50 | #2

    Letterariamente un post bellissimo. L’ho letto tutto d’un fiato. Hai davvero una straordinaria forza di carattere. Sono sicuro che sarai diversa e migliore, come probabilmente pensi pure tu.

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